Traffico sostanze stupefacenti: abitualità non è sempre indice di gravità della condotta

Nuova sentenza della Corte di Cassazione n. 5257/2016 sul reato di Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope regolato dall’art. 73 d.p.r. 309/90.
In particolare i ricorrenti lamentavano la mancata applicazione della disciplina, attenuata nella sanzione, di cui al comma 5 della norma di riferimento.
La Corte di Cassazione ritiene essere fondato il ricorso e lo accoglie, rinviando al giudice di Appello per una nuova decisione.

Gli elementi sintomatici della maggiore o minore gravità dell’attività di spaccio

La posizione della Corte d’Appello

La Corte d’Appello aveva applicato la ben più severa norma prevista nel comma 1 dell’art. 73 d.p.r. 309/90 sulla base di alcuni elementi ritenuti sintomatici sulla gravità della condotta degli imputati.
Tra questi spiccavano:
– la presunta abitualità con cui detta attività di vendita, seppur di dosi di esigue quantità, di sostanze stupefacenti
– l’aver contatti con ambienti criminali volti propriamente all’acquisizione di dette sostanze illecite

La risposta della Cassazione

La Cassazione non condivide il punto di vista espresso. E precisamente:
– l’abitualità non è ritenuta di per sè motivo di gravità della condotta. Tuttavia essa potrebbe in concreto trasformare una condotta di minore disvalore in un’altra di maggiore allorchè proprio per il ricorrere di detta abitualità venga meno il requisito della lieve entità nei “mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze”. Ad esempio potrebbe accadere perchè vendendo continuamente dosi di scarso valore si possono acquisire, nel tempo, ampissimi guadagni
– anche sui contatti con ambienti criminali la Cassazione dissente su quanto disposto dalla Corte d’Appello. La “contiguità ad ambienti criminali” nel caso in esame sta a indicare il contatto tra gli imputati e i loro ‘fornitori’, avvenuto al fine di approviggionarsi delle sostanze stupefacenti. Ma rileva, giustamente, la Corte di Cassazione che non esiste alcun modo lecite per acquisire sostanze stupefacenti: e che pertanto il contatto più o meno continuo con soggetti fornitori costituisce presupposto indefettibile anche della condotta attenuata di cui al comma 5 dell’art. 73 d.p.r. 309/90

Norme diverse o circostanza attenuante?

Non è la prima volta, tuttavia, che il rapporto tra il comma 1 e il comma 5 dell’art. 73 d.p.r. 309/90 viene in discussione. La Corte di Cassazione si era già espressa (sentenza 14288/14) sulla seguente problematica: la fattispecie meno grave (comma 5) è da considerare un autonomo titolo di reato ovvero una circostanza attenuante rispetto alla fattispecie del comma 1?

La Cassazione stabilì che la fattispecie della comma 5 dev’essere configurata come figura di reato autonoma rispetto a quella delineata dal comma primo dell’art. 73 dpr cit., in base al criterio testuale e dell’intentio legis.

La Suprema Corte spiega infatti che quando il legislatore vuole porre una circostanza aggravante o attenuante solitamente “compie un rinvio ad altra fattispecie, enunciando solo i fattori specializzanti che inducono ad una variazione del trattamento sanzionatorio.” Ciò non accade nel comma 5 della norma in quanto viene introdotto un elemento qualitativo del tutto nuovo e diverso dalla previsione del comma 1, cioè quello consistente nella lieve entità

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