La disciplina dei reati a mezzo internet: reati di stampa, diffamazione per omissione, caso Google su responsabilità provider

Con l’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione, tra le quali indubbiamente riveste una funzione preminente internet, il legislatore (così come la dottrina e la giurisprudenza) hanno dovuto compiere un’attività di aggiornamento di teorie e meccanismi legislativi, in modo tale da adattarli, talora con novità legislative e talora con diverse interpretazioni, alla nuova realtà comunicativa ed informativa.

La questione si interseca altresì con altre questioni di diritto che ormai di tempo interessano gli studiosi della materia: tra queste, certamente, spicca la questione della responsabilità presuntivamente oggettiva (ma da molti definita colposa) del direttore della testata giornalista per omesso controllo sugli articoli pubblicati.

I reati di stampa: diffamazione, omissione, responsabilità del direttore

I reati di stampa costituiscono da sempre uno dei terreni più fertili per il diritto penale.
Dalle questioni relative all’art. 57 del codice penale, per molto tempo qualificata come un’ipotesi di responsabilità oggettiva nel nostro ordinamento, alla questione di recente dibattuta sulla possibilità di configurare in capo al direttore di testata giornalistica una responsabilità di tipo omissivo sulla diffamazione avvenuta a mezzo stampa.
Non ultima, infine, è la possibilità di esperire il sequestro preventivo nei confronti di una testata giornalistica online: su detta problematica vi è una giurisprudenza molto recente che si presenta oscillante.

Quando la libertà di stampa è pienamente lecita

La libertà di stampa è uno dei principi più saldamente e intensamente tutelati nella nostra Costituzione.
Questo accade perchè da un lato si pongono esigenze di tutela non solo dei singoli soggetti che operano nell’ambito di detto settore. Ma, più ampiamente, è la tenuta del sistema democratico nel suo complesso a essere in gioco: non di rado infatti è stata ribadita da svariati autori, anche e forse soprattutto al di fuori dell’ambito delle scienze giuridiche, l’importanza di una corretta attività di informazione volta a un rapporto trasparente tra la Pubblica Amministrazione (a tutti i livelli, in particolar modo con riguardo ai responsabili politici posti in posizione apicale) e il popolo, il cui giudizio si concreta poi in ciò che è definita come opinione pubblica.

Perchè l’attività di diffusione di notizie sia pienamente lecita e non conduca ad alcuna forma di responsabilità civile o penale per coloro che svolgono detta funzione, la Corte di Cassazione in maniera ormai costante nel tempo ha preteso e pretende la sussistenza congiunta di tre requisiti.
Essi sono:
– la verità delle notizie (oggettiva o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca)
– la continenza, cioè il rispetto dei requisiti minimi di forma che debbono caratterizzare la cronaca ed anche la critica, evitando termini esclusivamente insultanti
– la sussistenza di un interesse pubblico all’informazione (sarebbe cioè sproporzionato divulgare notizie riguardanti un singolo soggetto di scarsa fama)

Tutti questi principi devono essere di volta in volta comparati e correlati tra loro.
Ad esempio, un aumento della sussistenza dell’interesse pubblico all’informazione (perchè si tratta di personalità particolarmente in vista o di fatti molto rilevanti) può condurre a una diminuzione nel requisito della continenza.
In pratica i limiti della cronaca politica saranno certamente più ampi se si discute del Presidente del Consiglio dei Ministri piuttosto che dell’amministratore del piccolo quartiere, seppur entro ovviamente il rispetto delle regole e della via tracciata dalla Cassazione..

La responsabilità oggettiva nell’art. 57 del codice penale

L’art. 57 del codice penale è da tempo uno dei più discussi per la sua velata e presunta natura di responsabilità oggettiva, con tutti i dibattiti sulla compatibilità di questa con i principi di personalità della responsabilità penale e di rimproverabilità della condotta dell’autore posti nell’art. 27 della Costituzione.

Non si dubita che l’art. 57 in origine costituisse effettivamente un’ipotesi di responsabilità oggettiva: ciò era certamente legato al fatto che non era prevista alcuna forma di colpa o dolo nella condotta del direttore del giornale (l’assenza di elemento soggettivo certamente si denotava dalla presenza della locuzione letterale “per ciò solo”, legata alla punibilità del direttore per articolo riconducibile ad altro autore).

Nel 1958 interviene la riforma della norma

Successivamente nel 1958 detta norma venne sottoposta a un intervento di riforma volto a inserire l’elemento della colpa. Il direttore sarebbe stato punibile, dunque, qualora il mancato controllo sull’attività degli autori degli articoli fosse dipeso da un suo atteggiamento di negligenza. La dottrina e la giurisprudenza sembrano convenire sul fatto che il nuovo tenore dell’art. 57 del codice penale sia ormai a tutti gli effetti un’ipotesi di reato colposo.

Non tutti però condividono detta posizione. Vi è infatti chi ritiene che la norma, anche nella sua nuova formulazione, contenga elementi residui di responsabilità oggettiva.

In particolare, sottolineano coerentemente taluni autori, va certamente posta attenzione su due fattori prima di concludere per la responsabilità penale del direttore della testata giornalistica.
Essi sono:
– l’effettiva e concreta organizzazione del giornale: come esso è organizzato strutturalmente e come sono delegate le posizioni di responsabilità all’interno di esso
– la natura dell’articolo fonte della responsabilità penale: se esso cioè meriti, per la sua natura, un’attenta valutazione prima della pubblicazione o no

Il problema dell’assenza della firma in un articolo

Per giurisprudenza costante e recente, l’eventuale assenza della firma a margine di un articolo fa sì che esso sia imputato, per tutti gli effetti di legge, al direttore della testata.

Il direttore deve dunque porre in essere tutti gli accorgimenti da esso reputati idonei al fine di evitare qualsiasi tipo di responsabilità per la testata giornalistica.
Per questa ragione, e per questa considerazione di fondo molto rigida, che la giurisprudenza da un lato e il legislatore dall’altro sono sempre stati particolarmente severi nei confronti dei direttori di organi di stampa.
Tutto ciò, a voler precisare, parte da una considerazione costituzionale legata al principio della libertà di stampa sancita all’art. 21 della Costituzione.
Mentre da un lato detta libertà è tutelata al rango più elevato (in quanto ad essa si ricollegano, come già affermato in sede introduttiva, esigenze di tutela non solo dei singoli soggetti che operano nell’ambito di detto settore ma più ampiamente della tenuta del sistema democratico nel suo complesso) dall’altro certamente si impone un esercizio responsabile di siffatta libertà, evitando le distorsioni cui si potrebbe andare incontro.

La diffamazione e altri reati con utilizzo di internet e nuove tecnologie telematiche

L’avvento di nuove tecnologie comunicative ha condotto alla necessità di ulteriori riflessioni in merito alle modalità di perpetrazione dei reati di stampa a mezzo internet (tra i quali, indubbiamente, il reato di diffamazione costituisce l’ipotesi di gran lunga più rilevante e più frequente nella prassi).

E’ da sottolineare anzitutto che l’avvento delle nuove tecnologie, mentre in altre ipotesi ha comportato la necessità di appositi interventi legislativi (si pensi alla previsione di nuove fattispecie di reato tra le quali spicca l’Introduzione abusiva in sistema informatico) ciò non è accaduto per i reati a mezzo stampa.

Nei reati di opinione, infatti, la fattispecie è sempre uguale a prima: non si dubita, tuttavia e diremmo anche ovviamente, che essi possano essere perpetrati per mezzo delle nuove forme di comunicazione.

Il famoso caso Google

Una sentenza molto importante, emessa dalla Corte di Cassazione nel 2014 (n. 5107/2014), ha riguardato la responsabilità dell’internet host provider per i video ed altri materiali informatici lì caricati.

In particolare la questione atteneva a un video caricato sulla piattaforma Google Video ove venivano mostrati maltrattamenti da parte di ragazzi nei confronti di un loro coetaneo diversamente abile, integrando così un odioso illecito legato al fenomeno del bullismo.

Ci si interrogava della responsabilità dell’internet host provider per aver omesso un preventivo controllo sui documenti video caricati sulla relativa piattaforma.

Dopo una vicenda processuale alquanto complicata, la Corte di Cassazione assolse i manager ponendo un principio di diritto molto importante e ponendosi come precedente inequivocabile per eventuali futuri casi simili che avessero a verificarsi.

Ecco il principio cardine su cui si base l’intera sentenza di assoluzione:

La posizione di Google Italia S.r.l. e dei suoi responsabili, imputati nel presente procedimento, è infatti quella di mero Internet host provider, soggetto che si limita a fornire una piattaforma sulla quale gli utenti possono liberamente caricare i loro video; video del cui contenuto restano gli esclusivi responsabili. Ne consegue che gli imputati non sono titolari di alcun trattamento e che gli unici titolari del trattamento dei dati sensibili eventualmente contenuti nei video caricati sul sito sono gli stessi utenti che li hanno caricati, ai quali soli possono essere applicate le sanzioni, amministrative e penali, previste per il titolare del trattamento dal Codice Privacy.

Il sequestro nei confronti della testate online

Un’altra fondamentale questione è quella di capire se le garanzie poste a favore delle testate giornalistiche siano altresì estensibili alle testate online.

In realtà dapprima vi era una considerazione diversa e per certi versi meno attenta nei confronti delle testate online. Questo probabilmente è dovuto a una ormai mutata concezione di dette testate, dalle quali passa ormai la gran parte dell’informazione su scala nazionale e mondiale (pari, se non addirittura superiore, a quanto accada con la tradizionale modalità cartacea).

In un primo momento la Cassazione apparve molto restia ad applicare alle testate online le garanzie in tema di sequestro preventivo della testata.
Detta posizione si basava su una ormai arcaica interpretazione delle norme contenute nella legge 47/1948. In particolare si diceva: non si possono applicare quelle regole che, per il contesto temporale in cui erano state adottate, si riferivano a meccanismi e mezzi di diffusione delle notizie certamente differenti da quelli utilizzati attualmente.

Oggi, invece, la giurisprudenza equipara in tutto e per tutto la stampa cartacea a quella online (il punto ci appare essere molto condivisibile, stante l’identicità della funzione svolta, al di là delle diversità nei mezzi utilizzati).

Con sentenza 31022/2015 la Cassazione ha elaborato dunque il seguente principio di diritto:

[…] il giornale telematico, sia se riproduzione di quello cartaceo, sia se unica e autonoma fonte di informazione professionale, soggiace alla normativa sulla stampa, perche’ ontologicamente e funzionalmente e’ assimilabile alla pubblicazione cartacea. E’, infatti, un prodotto editoriale, con una propria testata identificativa, diffuso con regolarita’ in rete; ha la finalita’ di raccogliere, commentare e criticare notizie di attualita’ dirette al pubblico; ha un direttore responsabile, iscritto all’Albo dei giornalisti; e’ registrato presso il Tribunale del luogo in cui ha sede la redazione; ha un hostig provider, che funge da stampatore, e un editore registrato presso il ROC.

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