Foibe, un orrore colpevolmente trascurato

Che la terra giri l’hanno capito tanto tempo fa e l’abbiam fatto pure noi. Più o meno facile da comprendere, lo si fa a scuola e senza troppi problemi. E si, la scuola, luogo sacro dell’insegnamento, laddove tutti noi, con maggiore o minore entusiasmo, siamo cresciuti. Si parte dall’alfabeto, poi i numeri e le primissime nozioni delle varie materie. Più si va avanti, ma è la vita che va così, più le cose si complicano. Si parte dal basso, come sempre; l’istruzione primaria, le spensierate elementari per intenderci, poi la secondaria di primo e secondo grado, media e liceo o tecnico-professionale, e ancora, finita la scuola per chi avesse proprio fame, o bisogno, di cultura e di sapere, l’istruzione superiore con l’università e tutto ciò che ne consegue. Funziona così non puoi lasciare devi prendere, o almeno devi farlo fino a un certo punto. Presentata in questo modo sembra difficile, nella realtà è molto più semplice, diventa un flusso naturale di tappe. Come può accadere ai migliori sistemi, così anche in quello dell’istruzione italiana, si sono palesati, nel corso della storia, alcuni difetti. Ed
è proprio a una pagina di storia, non solo italiana, che ci riferiamo. Un passo ignorato per decenni, una tragedia vergognosamente trascurata da programmi e libri di testo: le foibe e le sue vittime.

La persecuzione agli italiani ha inizio subito dopo l’8 settembre 1943, data nella quale l’Italia, per voce del maresciallo Badoglio (allora capo del Governo n.d.a.), annunciò l’armistizio con gli Alleati. Sin da subito, in Istria e Dalmazia, i partigiani slavi intraprendono una dura oppressione nei confronti degli italiani non comunisti. Gli italici vengono torturati,
massacrati, gettati, alcuni ancora vivi, nelle cavità carsiche con un’apertura a strapiombo. Fino al 1944 circa duemila le vittime. Nel 1945, con l’occupazione jugoslava di Trieste, Istria e
Gorizia, la situazione precipita. Tito, capo di stato jugoslavo e fondatore del partito comunista nazionale, vuole la pulizia etnica dei suoi territori; i non comunisti devono sparire. Nel 1947, anno nel quale vengono fissati i confini tra Italia e Jugoslavia con l’annessione slava dell’Istria e della Dalmazia, le vittime sono circa undicimila. L’eccidio finisce ma comincia un’altra tragica fase.

Più di trecentocinquantamila esuli scappano dallo stato comunista amico dell’ex Unione Sovietica. Vagano senza una meta precisa e soprattutto senza l’appoggio di nessuno. L’Italia
vive un momento drammatico, la guerra ha ridotto il Paese in miseria e non c’è una diffusa volontà di accogliere chi, dall’Italia, è stato appena separato. Il PCI non prende una decisione sulla questione, sarebbe scomodo affrontare in maniera diretta una vicenda che interessa così da vicino il paese dell’alleato, quantomeno ideologico, Tito. D’altra parte l’estrema destra non ha interesse a far emergere i particolari legati alle terre in questione (che furono assorbite dal “Reich” nel 1943). C’è solo silenzio e disinteresse. Fino al 30 Marzo 2004 quando, con la legge numero 92, il Parlamento istituisce “Il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giulianodalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”.

Attraverso la memoria l’Italia cerca di onorare i protagonisti del dramma e di rimediare alle proprie omissioni. Manifestazioni in tutto il paese. Anche quest’anno Catania ha omaggiato i martiri italiani. Lo ha fatto, grazie anche al lavoro del “Comitato 10 Febbraio”, con incontri, dibattiti e con il corteo che si è mosso tra le vie del centro città e che ha avuto buon seguito. Tutti uniti nel ricordo di quelle vittime, ribadendo insieme, il messaggio di Bepi Nider, scrittore e storico istriano, che prometteva: “dighe ai Morti, dighe che no dimentichemo”.

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